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Innovazione A cura di Redazione Farmindustria

Imprese italiane e IA: trasformazione in corso con un forte gap di competenze

IA nelle aziende italiane: diffusione limitata, forte divario tra grandi e piccole realtà

L’intelligenza artificiale sta entrando nei processi produttivi delle imprese italiane con una velocità che costringe a rivedere i piani operativi, strategici e organizzativi. Tuttavia, il report di Confindustria restituisce un quadro in cui la tecnologia avanza, ma la capacità di assorbirne il potenziale resta limitata. I dati indicano che una parte del sistema produttivo procede verso la trasformazione, mentre un’altra parte fatica a introdurre strumenti e competenze necessari per sfruttare le nuove applicazioni. In particolare, le grandi aziende avanzano più rapidamente delle PMI, mentre la mancanza di profili tecnici qualificati e la difficoltà nel rafforzare la formazione interna restano i principali ostacoli alla transizione.

L’edizione 2025 dell’Indagine Confindustria sul lavoro ha un focus sull’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese associate. Il report indaga, in particolare, gli ambiti in cui viene applicata, le competenze e le principali criticità riscontrate.

Dai dati emerge che solo l’11,5% delle imprese utilizza attivamente sistemi di intelligenza artificiale, mentre il 37,6% è in fase di test o valutazione. Quasi metà del campione non prevede alcuna adozione nel breve periodo. Le applicazioni più diffuse riguardano analisi dei dati, marketing, ricerca e sviluppo, automazione e assistenza ai clienti. Questi ambiti mostrano come l’IA stia già modificando i processi interni e la gestione delle informazioni, senza però generare un salto di qualità uniforme.

Il report evidenzia che il ritardo italiano deriva anche dalla bassa quota di servizi ad alto valore aggiunto e di manifattura avanzata. Europa e Stati Uniti presentano curve di crescita della produttività più marcate. L’Italia supera solo il Giappone tra i Paesi G7. La tecnologia si configura come una general purpose technology basata su disponibilità massiva di dati, algoritmi evoluti e potenza di calcolo più accessibile. Una combinazione che crea un “prima e un dopo” per il lavoro.

Competenze e regole: le priorità per cogliere le opportunità dell’IA

Le grandi opportunità offerta dalle tecnologie e dell’IA possono essere messe a frutto solo con condizioni di contesto favorevoli: regole per attrattività e investimento nelle nuove competenze. Solo così si può evitare il cosiddetto “paradosso di Solow” e tradurre concretamente l’innovazione in produttività. Secondo Carlo Riccini, direttore generale di Farmindustria, intervenuto durante la presentazione dei dati, l’IA non deve essere utilizzata solo per velocizzare attività esistenti ma anche per ripensare i modelli di business. A fronte del calo demografico, che comporterà una riduzione della forza lavoro - le proiezioni al 2050 indicano un calo del 13%, e nello specifico una riduzione della componente giovanile del 26% - l’IA diventa uno strumento per mantenere elevati livelli di produttività e di benessere, non un fattore che sostituisce le persone.

Dalla survey di Confindustria emerge una situazione ben diversa nell’industria farmaceutica, dove l’adozione di soluzioni IA risulta già largamente diffusa.

In particolare, il 42% delle imprese farmaceutiche ha già adottato strumenti di IA (es. automazione dei processi, analisi dati, marketing, logistica), rispetto a una media dell’industria del 12%. Tuttavia, il principale ostacolo per l'adozione dell'IA rimane la mancanza di competenze interne, una difficoltà condivisa dal 62% delle imprese del settore.

Per quanto riguarda il Capitale Umano, e nello specifico il reperimento delle competenze, dall’indagine risulta che più della metà delle imprese, il 55%, dichiara di aver riscontrato difficoltà nel reperire competenze. Si tratta di un dato superiore alla media dell'industria (44%)  e in forte crescita rispetto al 2023 (44%). Le difficoltà riguardano principalmente il reperimento di competenze tecniche (dichiarato dal 62% delle imprese) e il reperimento di competenze manageriali (28%).

A fronte di tali difficoltà, la risposta delle imprese si concentra maggiormente nel ricorso alla formazione (59% delle imprese in difficoltà), ma rilevante è anche il ricorso a collaborazioni e progetti con finalità educative, quali ITS Academy e Alternanza Scuola Lavoro (37%).

Il mismatch di competenze in Italia: il limite principale segnalato dalle imprese

Dal campione di circa 3.400 imprese emerge una difficoltà di reperimento dei profili adeguati pari a circa 70% per le posizioni aperte. Il problema riguarda soprattutto competenze tecniche, prossime al 60%, e mansioni manuali, al 46,3%. Per i ruoli manageriali la criticità è meno evidente per motivi numerici. Nello specifico dell’IA, la carenza di competenze interne è indicata come la prima criticità (36,7%), seguita dalla complessità dell’integrazione nei processi e dai costi.

L’84% delle imprese attiva contromisure: formazione interna, collaborazioni esterne, percorsi con scuole, istituti tecnici superiori, ITS Academy e università. Il 21% collabora con istituti tecnici e il 16% con le ITS Academy. Il rapporto sottolinea però un margine di miglioramento nel dialogo con le università, necessario per raccontare il lavoro industriale alle nuove generazioni.

L’impatto sull’occupazione: nessun effetto sostitutivo generalizzato

I dati smentiscono l’idea di una sostituzione massiva dei lavoratori. L’82,8% delle imprese non prevede riduzioni di personale. Solo il 2,2% registra un calo e il 15% lo considera possibile. L’impatto si concentra sull’automazione delle attività ripetitive. La vera sfida riguarda la costruzione delle competenze digitali che permettono di spostare le mansioni verso attività a maggiore valore aggiunto. Viene confermato quindi un modello di human augmenting, dove la tecnologia supporta il lavoro umano e ne aumenta efficienza, qualità e sicurezza.

Il ruolo del sistema formativo e la visione di Confindustria: competenze, scuola e Open Innovation

Secondo Riccardo Di Stefano, delegato di Confindustria per l’Education e l’Open Innovation, intervenuto durante la presentazione, l’intelligenza artificiale deve essere considerata come una tecnologia che abilita il potenziale umano. Il nodo centrale non è la difesa dei posti di lavoro, ma la diffusione delle competenze. Le soft skills tornano al centro: pensiero critico, creatività, capacità di prendere decisioni. L’IA supera l’idea del programmatore di codice come figura unica e richiede lavoratori in grado di gestire processi complessi.

Per sostenere la transizione, Confindustria concentra le attività su tre pilastri: scuola, università e ITS. Il modello “4+2” punta a un sistema formativo che trasmette presto il valore del lavoro e dell’impresa. L’obiettivo è avvicinare i giovani alle competenze richieste da un contesto in trasformazione.

Smart working, welfare e contrattazione aziendale: strumenti che accompagnano la trasformazione

Il report indica una stabilizzazione del lavoro agile, adottato dal 32,3% delle imprese. Il welfare aziendale è presente nel 55,3% del campione e si orienta sempre più al benessere del lavoratore. La contrattazione aziendale coinvolge quasi il 70% dei lavoratori ed è centrale per gestire innovazione e flessibilità. Questi strumenti rendono la transizione più sostenibile dal punto di vista organizzativo.

Focus industria farmaceutica in Italia: l’IA è già parte dei processi

L'intelligenza artificiale ha già un ruolo chiave nell’industria farmaceutica in Italia. Accelerando la ricerca, consente lo sviluppo di nuovi farmaci, in tempi molto più brevi e con gli stessi profili di sicurezza, a beneficio dei cittadini. Sono già oltre 100 i nuovi farmaci individuati con il supporto dell’IA (dati al 2025).

A livello globale è il settore che investe di più in R&S: si stima un investimento complessivo di 2 trilioni di dollari entro il 2030. In particolare, grazie all'intelligenza artificiale la fase preclinica si è accorciata fino al 40%. Si tratta di una conquista importante per un percorso che normalmente richiede tempi molto lunghi. Dalla ricerca clinica all'approvazione regolatoria, infatti, possono servire 10-12 anni. Ridurre i tempi, senza compromettere la qualità dei dati e delle evidenze scientifiche, significa far arrivare più velocemente nuove cure ai pazienti.

Oltre alla ricerca, l'intelligenza artificiale trasforma anche la produzione industriale. L'automazione e la gestione basata sui dati permettono oggi di creare impianti altamente competitivi, capaci di rispettare gli standard regolatori delle diverse agenzie internazionali nei Paesi di esportazione. (fonte: "Con AI e innovazione Italia può crescere ancora", Marcello Cattani su Adnkronos)