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Ricerca A cura di Andrea Grignolio

Epidemie nella storia: perché nascono e come hanno cambiato il mondo

Perché nascono le epidemie

Le epidemie non sono eventi casuali: seguono regole precise legate a società, ambiente e storia umana. Comprenderle significa capire non solo come si diffondono le malattie, ma anche come cambiano le società.

Le epidemie non sono un’eccezione della modernità: accompagnano l’umanità fin da quando abbiamo iniziato a vivere insieme in città, allevare animali, viaggiare e commerciare. Ogni volta hanno scavato solchi nella società, nella politica e nella cultura, lasciando tracce che ancora oggi ci guidano.

Perché nascono le epidemie: domesticazione, densità di popolazione, viaggi, guerre

Quando una malattia infettiva si diffonde rapidamente all’interno di una popolazione o di un’area geografica circoscritta, si parla di epidemia; quando invece la diffusione supera confini continentali e coinvolge più Paesi o intere aree del mondo, assumendo una dimensione globale, si parla di pandemia. In entrambi i casi, l’origine non è mai casuale: quasi ogni grande epidemia della storia nasce dall’intreccio di alcuni fattori ricorrenti.

  1. Zoonosi: il salto di specie dai serbatoi animali all’uomo, favorito dalla domesticazione avvenuta dopo l’ultima glaciazione (10–12.000 anni fa). Il sistema immunitario umano si trovò a fronteggiare nuovi agenti patogeni che negli animali si erano indeboliti dopo millenni di convivenza.
  2. Densità urbana: i piccoli gruppi nomadi del Paleolitico non conoscevano epidemie; le città dell’antichità, con decine o centinaia di migliaia di abitanti, sì.
  3. Commercio e viaggi: la Via della Seta trasportò merci e la peste medievale; i porti veneziani inventarono la “quarantena”; oggi gli aeroporti moltiplicano la velocità della diffusione virale.
  4. Guerre e colonizzazioni: gli spagnoli portarono vaiolo, morbillo e altre infezioni in Sudamerica nel XVI secolo, provocando il collasso demografico dell’impero azteco: da 25 milioni di abitanti a 700.000 in un secolo. Il XX secolo vide la pandemia influenzale “Spagnola”, che tra il 1918 e il 1920 uccise 70–100 milioni di persone in un mondo già provato dalla Prima Guerra Mondiale.

Questi elementi — domesticazione (zoonosi), densità di popolazione, mobilità, conflitti — sono i fili costanti del tessuto epidemico dell’umanità.

Le epidemie antiche

Per comprendere davvero il fenomeno delle epidemie, è necessario guardare alla storia. Le prime grandi epidemie documentate mostrano come questi eventi abbiano inciso profondamente sulle società, influenzando economia, cultura e organizzazione politica.

Epidemie antiche: Egitto, Atene, Roma, Costantinopoli

Le prime tracce delle grandi malattie epidemiche risalgono all’alba della civiltà. In Egitto, una stele della XVIII dinastia (XIV secolo a.C.) raffigura uno scriba con la gamba deformata dalla poliomielite, mentre sulla mummia del faraone Ramses V (1157 a.C.) sono ancora visibili le pustole del vaiolo, un morbo che per millenni uccise oltre il 30% dei colpiti prima di essere definitivamente eradicato nel 1977, e poi sancito ufficialmente il 9 dicembre 1979 dalla Commissione globale per l'eradicazione del vaiolo. (Cfr. immagine)

Nel Mediterraneo classico, la prima epidemia descritta con rigore quasi scientifico è la peste di Atene del 430 a.C., le cui cause, ancora incerte e dibattute dagli storici, puntanosul tifo addominale (Salmonella Typhi), vaiolo, morbillo o febbre emorragica. Il grande storico Tucidide, il primo a descrivere un’epidemia, che contrasse e superò, ci ha lasciato l’unico resoconto diretto: una città assediata, sovraffollata e stremata dalla Guerra del Peloponneso; una malattia fulminante che uccise migliaia di persone, incluso lo stratega Pericle.
Dalla sua osservazione nacquero due intuizioni ancora attuali:

  1. chi sopravvive sviluppa una forma di protezione futura, ciò che oggi chiamiamo memoria immunitaria;
  2. i medici e i caregiver sono i più colpiti, perché posti in prima linea.
    È il primo tentativo occidentale di comprendere un’epidemia non come punizione divina, ma come fenomeno naturale.

A Roma, la peste Antonina (165–180 d.C.), probabilmente vaiolo o morbillo, provocò decine di migliaia di morti; pochi decenni più tardi, la peste di Cipriano (250–270 d.C.) arrivò a causare fino a 5.000 morti al giorno in una città che aveva sfiorato il milione di abitanti. Essa contribuì alla crisi militare, economica e politica dell’impero.
Oggi sappiamo che le epidemie hanno modellato la storia, talvolta più delle guerre stesse.

Le grandi pandemie della peste

Tra tutte le malattie che hanno segnato la storia dell’umanità, la peste rappresenta uno degli esempi più estremi di diffusione epidemica su scala globale. La sua storia attraversa i secoli e mostra con chiarezza come le pandemie possano trasformare in modo profondo le società.

Le pandemie di Yersinia pestis: dalla peste di Giustiniano a oggi

La peste — quella storicamente più devastante, causata dal batterio Yersinia pestis — non è un evento isolato, ma una storia lunga e ricorrente, che attraversa i secoli. La sua diffusione su scala globale ha assunto nel tempo la forma di tre grandi pandemie (per pandemia si intende la diffusione di una malattia infettiva su scala globale, in più Paesi o continenti; a differenza dell’epidemia, che resta limitata a un’area geografica circoscritta).

Queste tre ondate hanno segnato profondamente la storia demografica, economica e sociale di intere civiltà:

  1. Prima pandemia (541–750 d.C.)Peste di Giustiniano
  2. Seconda pandemia (1330–1879)Morte Nera e successive ondate
  3. Terza pandemia (dal 1894 a oggi) – ancora presente in piccoli focolai nel mondo

La peste di Giustiniano (541–750) fu la prima pandemia documentata della storia causata da Y. pestis: 30–50 milioni di morti, fino al 60% della popolazione in alcune regioni. Le fonti parlano di 5.000–10.000 morti al giorno a Costantinopoli.
Questa epidemia diede origine alla definizione moderna di “peste” come malattia specificamente legata a Y. pestis.

Nel 1348 arrivò la Morte Nera, che eliminò circa metà della popolazione europea (50-60 milioni di morti). (Cfr. immagine)
Le conseguenze furono epocali: salari più alti, ridisegno dei rapporti di potere (quarantene, lasciapassare, cordoni sanitari), migrazioni, persecuzioni degli “untori”, una nuova cultura della morte scolpita nella letteratura (Boccaccio, Defoe) e nell’arte.

Le pandemie senza vaccini: tubercolosi, ‘Spagnola’ e polio

Nel passaggio tra XIX e XX secolo l’umanità conobbe tre grandi nemici infettivi ancora privi di vaccini: la tubercolosi, l’influenza “Spagnola” e la poliomielite. Tre malattie diverse, ma accomunate da un elemento semplice e terribile: non avevamo alcun mezzo preventivo per fermarle.

La tubercolosi: la “malattia dell’Ottocento”

Ben prima dei virus del Novecento, la tubercolosi, causata dal batterioMycobacterium tuberculosis, fu la grande protagonista oscura dell’età moderna. Nota come “tisi”, “malattia romantica”, “mal sottile” e “consunzione”, era la malattia che plasmava intere biografie, riempiva i sanatori di montagna e scandiva l’immaginario culturale dell'Ottocento e del primo Novecento.

Prima dell’introduzione del vaccino BCG (1921)* (link a pag. 25 x SIGLA) e degli antibiotici, la tubercolosi uccise, in due secoli, circa un miliardo di esseri umani (*).
Tra le sue vittime figurano personaggi come Pascal, Spinoza, Chopin, Kafka, Molière, Modigliani, Eleanor Roosevelt e Antonio Gramsci: un elenco che da solo trasmette il peso culturale e umano di una malattia che sembrava inarrestabile.

Nell’immaginario collettivo la tubercolosi divenne quasi un simbolo culturale: aleggia sulle pagine della Montagna incantata di Thomas Mann, segna il destino di Violetta nella Traviata di Verdi, di Mimi nella Bohème di Giacomo Puccini, e appare nei volti pallidi e smunti dei malati nei dipinti di Edvard Munch, che ne fece uno dei temi più intensi della sua arte.

L’influenza “Spagnola”: la pandemia più letale della storia moderna

Nel 1918, in un mondo appena uscito dalla Prima Guerra Mondiale, apparve l’influenza H1N1 passata alla storia come “Spagnola”. Senza vaccini, senza antivirali, senza antibiotici (utili NON per il virus influenzale ma contro le sovrainfezioni batteriche), la malattia dilagò con una velocità sconosciuta fino ad allora.

In soli due anni fu capace di infettare tra i 500 milioni e il miliardo di individui, e provocò tra 70 e 100 milioni di morti, più dei dieci anni delle due guerre mondiali messe insieme.
Colpiva soprattutto giovani adulti, spesso nel pieno della salute (il maggior numero di vittime aveva in media 27 anni, seguito da bambini e anziani), e lasciò dietro di sé intere comunità devastate.

Va tuttavia precisato che seppur passata alla storia come “Spagnola”, l’epidemia non ebbe nulla a che vedere con la Spagna: fu chiamata così perché la stampa spagnola — libera dalla censura imposta dagli Stati coinvolti nella Prima guerra mondiale — fu la prima a raccontarne apertamente la devastazione. Sull’origine reale, invece, gli studiosi divergono.

Una delle ipotesi più solide colloca i primi casi negli Stati Uniti, a Camp Funston, Kansas, dove — secondo le analisi di Worobey, Cox e Gill (2019) — un focolaio documentato nel gennaio 1918 avrebbe viaggiato rapidamente tra le basi militari americane prima di raggiungere l’Europa. Altri ricercatori, come Morens e Fauci (2007), notano però che già tra 1916 e 1917 in Francia e Regno Unito erano stati osservati focolai respiratori atipici nei campi militari: un contesto perfetto per l’emergere di un nuovo virus, data la promiscuità, il freddo e le condizioni igieniche disastrose. Esistono ulteriori ipotesi — meno supportate, ma discusse (cfr. Taubenberger, Kash e Morens, 2019) — che suggeriscono un’origine proveniente da altre latitudini.

Quel che è certo è che il virus era eccezionalmente micidiale: un ceppo H1N1 nato dalla combinazione di componenti aviarie e suine — in particolare gli studi di Taubenberger et al. (Science, 1997) e di Reid, Fanning & Taubenberger (PNAS, 2004) —, un “ibrido” che amplificò in modo drammatico virulenza e trasmissibilità, come spesso accade ai virus ‘nuovi’, ovvero quelli che si presentano per la prima volta al sistema immunitario umano e sui quali dunque non ha agito la selezione naturale.

La “Spagnola” mostrò per la prima volta cosa può fare un virus respiratorio in un mondo globalizzato e senza difese.

LINK:

  1. Worobey M, Cox NJ, Gill D. The origins of the great pandemic. Evolution, Medicine, and Public Health. 2019;2019(1):18–25.
  2. Morens DM, Fauci AS. The 1918 influenza pandemic: Insights for the 21st century. Journal of Infectious Diseases. 2007;195(7):1018–1028.
  3. Taubenberger JK, Kash JC, Morens DM. The 1918 influenza pandemic: A virus-based perspective. Science Translational Medicine. 2019;11(502): eaay1918.
  4. Taubenberger JK, Reid AH, Krafft AE, Bijwaard KE, Fanning TG. Initial genetic characterization of the 1918 “Spanish” influenza virus. Science. 1997;275(5307):1793–1796.
  5. Reid AH, Fanning TG, Hultin JV, Taubenberger JK. Origin and evolution of the 1918 “Spanish” influenza virus hemagglutinin gene. Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). 2004;101(52):16976–16981.

La poliomielite: la malattia che paralizzava l’infanzia

Dopo l’influenza “spagnola”, il mondo fu attraversato da ondate ricorrenti di poliomielite, soprattutto dagli anni ’20 agli anni ’50 negli USA e in Europa. La polio, altamente contagiosa, aveva una natura inquietante: nel 95% dei casi era asintomatica, ma nel restante 5% poteva causare paralisi irreversibile, spesso nei bambini.

Epidemie negli Stati Uniti e in Europa spingevano a chiudere piscine, cinema, scuole; i genitori temevano perfino di lasciare giocare i bambini all’aperto. Le immagini dei reparti pieni di polmoni d’acciaio — enormi cilindri metallici che sostituivano la respirazione quando il virus paralizzava i nervi del diaframma — e dei bambini immobilizzati in tutori rigidi, apparecchi ortopedici, protesi articolate ed esoscheletri metallici per sostenere arti ormai privi di forza, divennero l’icona più crudele della paura dell’epoca. (Cfr. immagine)

La polio mostrò all’Occidente che anche società moderne, ricche e igienicamente avanzate potevano essere paralizzate da un virus invisibile.

In questo clima di paura collettiva, il presidente Franklin Delano Roosevelt fu stroncato da una grave malattia paralizzante che gli causò la perdita permanente dell’uso delle gambe. All’epoca la diagnosi fu poliomielite, ma diversi medici e storici ritengono oggi che il quadro clinico sia compatibile con la sindrome di Guillain-Barré (una malattia autoimmune rara in cui il sistema immunitario attacca i nervi periferici, causando paralisi progressiva).
Qualunque fosse l’origine esatta della sua paralisi, fu proprio la sua figura, e la volontà di spezzare la paura collettiva della polio, a dare vita nel 1938 alla March of Dimes (la marcia dei 10 centesimi), una delle più grandi campagne di raccolta fondi popolari della storia, che finanziò direttamente la ricerca scientifica e aprì la strada ai vaccini destinati a cambiare il mondo.

La svolta arrivò negli anni ’50, quando due scienziati, pur profondamente diversi, misero a disposizione dell’umanità due strumenti complementari:

  • Jonas Salk, che nel 1953 sviluppò il vaccino inattivato, cioè un virus “ucciso”, somministrato tramite iniezione sottocutanea, sicuro e stabile.
  • Albert Sabin, che nel 1955 perfezionò un vaccino vivo attenuato, somministrato per via orale, più efficace nelle aree con alta circolazione virale.

Entrambi compirono un gesto oggi quasi impensabile: rinunciarono al brevetto, affinché ogni Paese potesse produrre, distribuire e somministrare il vaccino senza ostacoli economici. Grazie soprattutto al vaccino Sabin — potentissimo nel bloccare la trasmissione — la poliomielite fu eliminata in pochi decenni da Europa, Stati Uniti e gran parte del mondo industrializzato.

La storia completa della polio e della gara scientifica Sabin–Salk è affrontata più approfonditamente nel cap. 3.3.1

(*) Fonti:

Paulson, T. Epidemiology: A mortal foe. Nature 502, S2–S3 (2013). https://doi.org/10.1038/502S2a

NIH: https://www.niaid.nih.gov/diseases-conditions/tuberculosis?utm