Vaccini: storia, origini e scoperte che hanno salvato milioni di vite
I vaccini non nascono nei laboratori moderni, ma da storie umane, intuizioni e sfide contro il tempo. Dall’Alaska gelata alle corti europee, il percorso della prevenzione è fatto di coraggio, errori e rivoluzioni scientifiche.
A Central Park c’è una statua che molti ignorano. È un cane, scolpito nel metallo, con lo sguardo rivolto verso nord. Si chiama Balto, e la sua storia ricorda un’epoca in cui la prevenzione non era un diritto, ma una corsa contro il gelo, il tempo e la paura.
Tutto iniziò nell’inverno del 1924, a Nome, un remoto villaggio dell’Alaska. Il medico locale, Curtis Welch, notò che le tonsilliti dei bambini peggioravano troppo rapidamente: era difterite, chiamata l’“Angelo Sterminatore”, una malattia capace di soffocare i più piccoli in poche ore. Le scorte di vaccino (propriamente siero anti-difterico) – allora unico modo per trasferire un’immunità temporanea – erano scadute, e l’inverno rendeva impossibile qualsiasi trasporto via nave o aereo.
Il villaggio fu isolato: silenzio nelle case, genitori che contavano i respiri dei figli.
L’unica possibilità di salvezza dell’intero villaggio di Nome, ormai in quarantena, fu consegnata a un telegramma nel quale si chiedeva a Washington un’immediata spedizione di un milione di dosi di siero anti-difterico. L’unico modo per farle arrivare era una staffetta di cani da slitta da Nenana a Nome, oltre mille chilometri attraverso l’Artico. Una distanza che di solito richiedeva venticinque giorni. Ma di giorni ce n’erano pochi.
Venti guide (musher) e centocinquanta cani da slitta accettarono la sfida.
Nevicava orizzontalmente, il vento tagliava la pelle, il termometro segnava –40 gradi. Eppure, in cinque giorni e sette ore, la staffetta raggiunse Nome. L’ultima tratta, quella finale, la più simbolica, fu affidata a Balto. Quando arrivò, con la neve incollata al muso e il fiato corto, il villaggio era in salvo.
La notizia fece il giro del mondo, ispirò programmi radiofonici, libri e una corsa annuale, l’Iditarod, una corsa di cani da slitta per commemorare l’evento. Nei mesi successivi venne dedicato a Balto un cortometraggio e la statua di New York, la conseguenza di tale successo mediatico fu che la copertura antidifterica nella popolazione USA registrò un incremento senza precedenti.
Oggi, ciò che salvò Nome in quell’inverno lontano, lo otteniamo con un gesto semplice: un vaccino.
Balto ci ricorda una verità semplice e potente: quando una comunità sceglie la prevenzione, nessuno è davvero solo e isolato, nemmeno in Alaska!
Prima dei vaccini: il sogno dei pionieri
Prima dei vaccini come li conosciamo oggi, l’idea di proteggere l’uomo dalle malattie nasce da intuizioni e pratiche sviluppate in contesti molto diversi tra loro. È una storia fatta di osservazioni empiriche, rischi e scoperte, da cui emerge progressivamente un principio destinato a cambiare la medicina: prevenire la malattia prima che si manifesti.
Lady Montagu e la variolizzazione
Prima che la parola “vaccino” entrasse nella storia, fu una donna a cambiare il destino dell’Occidente.
Nel 1720, una donna cambiò per sempre il destino della prevenzione in Europa. Lady Mary Wortley Montagu (1689–1762), aristocratica inglese e consorte dell’ambasciatore britannico a Costantinopoli, conosceva il vaiolo in modo dolorosamente personale: da giovane era stata sfigurata dalla malattia e aveva perso un fratello. Quando osservò che nell’Impero ottomano i medici praticavano la variolizzazione (o vaiolazione): una procedura empirica che consisteva nel produrre una scarificazione sulla spalla per inoculare materiale infetto (prevalentemente pus) da vaiolo umano, prelevato da individui malati, per indurre una forma più lieve della malattia e ottenere protezione, (una pratica differente dalla successiva vaccinazione, che sarebbe nata utilizzando agenti infettivi attenuati o inattivati di origine animale, molto più sicuri e controllabili).
Con un coraggio impensabile per l’epoca, decise di far variolizzare suo figlio proprio a Istanbul. Fu un gesto radicale: una donna della nobiltà europea che affidava la vita del primogenito a una procedura estranea alla medicina occidentale.
Rientrata in Inghilterra, Montagu divenne la principale promotrice della variolizzazione. Grazie alla sua insistenza, nel 1721 la procedura venne sperimentata su prigionieri e bambini orfani, con risultati positivi. Nel 1722, la svolta: due figli della principessa Carolina di Brandeburgo furono variolizzati pubblicamente. Era la consacrazione sociale di una tecnica che stava per cambiare la storia della medicina europea.
Da quel momento, la variolizzazione si diffuse rapidamente nelle corti e tra l’aristocrazia, fino a raggiungere la popolazione generale. In Europa prese piede la versione “braccio a braccio”: incontri pubblici in cui persone affette da forme lievi offrivano una piccola pustola a individui sani, che venivano contagiati tramite una lievissima scarificazione sulla pelle. Chi superava la forma attenuata diventava a sua volta “immunizzatore”.
Questa pratica era imperfetta, rischiosa e lontana dalla sicurezza dei vaccini moderni, ma anticipava un’idea rivoluzionaria: che l’esposizione controllata (Pasteur dirà “attenuata”) a un’infezione potesse proteggere dalla sua forma più pericolosa.
Senza il gesto di una donna sola — che aveva conosciuto la paura e non volle che altri la provassero — la rivoluzione vaccinale di Jenner non avrebbe trovato il terreno culturale su cui germogliare.
Le precedenti lettere alla Royal Society di due medici italiani: i primi a descrivere la variolazione in Europa
Prima ancora del coraggioso gesto di Lady Montagu, l’Occidente aveva ricevuto i primi segnali dell’importanza della variolazione grazie a due medici italiani, residenti a Costantinopoli:
- Emanuele Timone (1669–1720) inviò nel 1714 (su osservazioni del 1713) una lettera alla Royal Society in cui descriveva la pratica ottomana dell’inoculazione e i suoi benefici.
- Iacopo Pilarino (1659–1718) fece lo stesso nel 1715 (pubblicata nel 1716), aggiungendo dettagli clinici e sociali sulle tecniche di variolizzazione usate nella Sublime Porta.
Quelle comunicazioni — riprese da studiosi come James Woodward, James Jurin e Louis Duvrac — alimentarono il dibattito scientifico europeo e raggiunsero persino i salotti filosofici di Parigi: Voltaire dedicò all’inoculazione l’undicesima delle sue Lettere inglesi (1742), mentre La Condamine pubblicò nel 1754 il suo celebre Mémoire sur l’inoculation de la petite vérole.
Eppure, tutto quel fermento culturale non sarebbe bastato senza l’esempio vivo e pubblico di Lady Montagu.
Fu la sua scelta — personale, coraggiosa — a trasformare un sapere marginale in un movimento di salute pubblica destinato a preparare il terreno alla rivoluzione di Edward Jenner, pochi decenni dopo.
Origini dell’immunità: il principio “il simile cura il simile”
Molto prima dei padri della vaccinazione, Jenner e Pasteur, gli esseri umani avevano intuito che il corpo potesse essere addestrato per reagire alle malattie infettive. Tra le culture dell’Asia Minore del I secolo a.C. nacque il mitridatismo, l’idea che piccole dosi di veleno potessero abituare l’organismo a tollerarlo. Accanto a esso compariva l’ormesi, il principio secondo cui una sostanza tossica, in quantità minime, può diventare innocua o persino utile: un comportamento che si osserva anche in diversi animali, dai primati che consumano frutti fermentati alle specie che imparano a gestire piante irritanti.
Simbolo di questa filosofia fu Mitridate VI, re del Ponto, che per timore di essere avvelenato si fece preparare quotidianamente antidoti e microdosi di veleni. Secondo la leggenda, quando fu sconfitto da Pompeo e tentò di togliersi la vita con il veleno, non ci riuscì: il suo corpo ne era ormai troppo abituato. È una storia a metà tra mito e realtà, ma coglie un’idea profonda: che dosi controllate di agenti nocivi possano proteggerci da un pericolo maggiore. Un’idea, come vedremo, che verrà sviluppata diversi secoli dopo dai medici di corte cinesi.
Tutte queste tradizioni si fondavano sul cosiddetto “pensiero magico”:
- la simpatia, secondo cui una parte contiene l’essenza del tutto;
- la similarità, per cui il simile cura il simile.
Erano spiegazioni ingenue, ma rivelavano un’intuizione potente: che l’esposizione controllata a una minaccia potesse insegnare al corpo come difendersi. Un principio antico che, secoli dopo, diventerà il cuore della vaccinazione moderna.
La variolizzazione in Cina e nel mondo
Prima di Jenner, prima dei vaccini, e molto prima che la scienza comprendesse virus, anticorpi e immunità, l’umanità aveva già iniziato a sperimentare — spesso per tentativi, osservazioni e tradizione — una forma embrionale di prevenzione attiva: la variolizzazione (o vaiolazione, una pratica empirica che prevedeva l’inoculazione di materiale infetto da vaiolo umano tra individui per indurre una protezione, a differenza della successiva vaccinazione basata su agenti infettivi attenuati di origine animale, più sicuri e controllabili).
Le sue origini sono antiche e sfumate.
Alcune fonti la collocano nella Cina del II secolo d.C., durante le dinastie Han e Jin; altre intorno all’anno 1000, sotto la dinastia Sung (920–1279). Ciò che è certo è che tra XVII e XVIII secolo in Cina era diffusa tra i medici di corte la pratica di soffiare nelle narici dei bambini sani la polvere ottenuta dalle croste essiccate di persone affette da forme lievi di vaiolo. Un metodo rudimentale, ma sorprendentemente efficace nel prevenire la versione più letale della malattia.
In India e in Africa si adottavano varianti diverse:
- piccole lance intrise di pus vaioloso, inserite superficialmente nella pelle;
- teli contaminati avvolti attorno a individui sani;
- altre forme di inoculazione artigianale, tramandate di comunità in comunità.
Quel che accomunava questi metodi era un’intuizione rivoluzionaria per la medicina dell’epoca:
esporre il corpo a una forma controllata della malattia per evitare la morte causata dalla forma naturale.
Un’idea totalmente controcorrente.
Per malattie come peste, lebbra o morbillo, le società antiche avevano escogitato solo misure di contenimento: quarantene, isolamento dei malati, lazzaretti.
Solo con il vaiolo accadde qualcosa di diverso: nacque il primo tentativo di protezione attiva, che prevedeva non la distanza dal pericolo, ma la sua prossimità controllata.
E i risultati non erano affatto marginali:
- mortalità naturale del vaiolo → circa 30%
- mortalità dopo variolizzazione → 2–3%
Era un rischio, ma era anche una possibilità concreta di sopravvivenza in un mondo dove il vaiolo sfigurava e uccideva milioni di persone.
Dall’Asia, la pratica viaggiò lungo la Via della Seta, raggiungendo il Medio Oriente. Nel Caucaso, le donne circasse venivano inoculate per preservarne la bellezza — qualità di enorme valore nella società ottomana.
Da lì, la variolizzazione si diffuse in Grecia, in Tessaglia e in Turchia, fino a diventare oggetto di interesse di medici e ambasciatori europei che vivevano a Costantinopoli.
Sarebbero state proprio queste testimonianze — poi raccolte e inviate alla Royal Society — a preparare il terreno culturale in cui Lady Mary Wortley Montagu avrebbe seminato la prima grande rivoluzione della prevenzione.