Ricerca A cura di Andrea Grignolio

Perché i vaccini vengono percepiti come rischiosi: fiducia, bias cognitivi ed esitazione vaccinale

Perché i vaccini fanno più paura di altri farmaci

I vaccini funzionano così bene da rendere spesso invisibili le malattie che prevengono. Proprio questo successo ha reso più fragile, nel tempo, la percezione del rischio e il rapporto di fiducia tra scienza, istituzioni e opinione pubblica.

I vaccini occupano un posto singolare nell’immaginario collettivo. Suscitano timori, resistenze e sospetti che raramente colpiscono altri farmaci o interventi medico-sanitari, anche quando questi ultimi comportano rischi maggiori. Per capire perché accade, bisogna spostare lo sguardo dalla biologia alla psicologia (in particolare, alle scienze cognitivo-comportamentali), dalla farmacologia alla storia culturale del rischio.

Perché proprio i vaccini (e non altri farmaci)?
Ci sono almeno tre ragioni profonde, legate ai nostri limiti cognitivi ed evolutivi.
La prima è storica e percettiva: siamo la prima generazione, nei Paesi ad alto reddito, a vivere senza un’esperienza diretta e quotidiana delle grandi malattie infettive. Ciò che è scomparso non è il rischio reale — i virus e i batteri continuano a circolare — ma la percezione sociale del rischio. Un tempo si vedevano bambini paralizzati dalla polio o volti sfigurati dal vaiolo: il pericolo era visibile, concreto, condiviso. Oggi no.

La seconda riguarda la prevenzione: il vaccino viene somministrato a persone sane, spesso bambini, in assenza di dolore o malattia. È l’opposto della logica con cui valutiamo gli altri farmaci, che assumiamo quando stiamo male e accettiamo volentieri se promettono un peggioramento minore rispetto alla malattia.

La terza è simbolica: il vaccino introduce deliberatamente nell’organismo qualcosa che richiama il rischio, la malattia — virus o batteri attenuati, inattivati o loro frammenti. Dal punto di vista intuitivo sembra una violazione delle regole del senso comune, anche se è esattamente ciò che rende efficace l’immunizzazione.

Tutte e tre queste dimensioni non sono errori individuali, ma bias cognitivi profondamente radicati nella nostra storia evolutiva.

Rischio percepito e rischio reale: come nasce l’esitazione vaccinale

La storia delle vaccinazioni negli ultimi due secoli mostra un andamento ciclico sorprendentemente regolare.

La popolazione si vaccina → raggiunge l’immunità di comunità → le malattie infettive diminuiscono → la percezione sociale del rischio delle malattie crolla → i vaccini vengono percepiti come inutili o pericolosi.

A questo punto, una parte della popolazione smette di vaccinarsi → cala l’immunità di comunità → tornano le malattie infettive → aumenta improvvisamente la percezione del rischio → la popolazione corre a vaccinarsi.

Questo schema, osservabile già con il vaiolo nell’Ottocento e ripetutosi con morbillo, pertosse e polio nel Novecento, ci dice qualcosa di cruciale: l’esitazione vaccinale non è un fenomeno universale, ma tipico delle società avanzate, dove le condizioni igienico-sanitarie e l’efficacia dei sistemi di prevenzione hanno reso invisibile la minaccia.

Nelle generazioni precedenti, rischio reale e rischio percepito coincidevano: la malattia era parte dell’esperienza privata e sociale. Oggi questa coincidenza si è spezzata. Ed è significativo che lo stesso non avvenga nei flussi migratori provenienti da Paesi a basso o medio reddito: chi ha visto morire fratelli, figli o vicini per malattie prevenibili non manifesta esitazione vaccinale. In quei contesti, la memoria del rischio è ancora viva.

A questo squilibrio tra rischio reale e rischio percepito si aggiunge oggi un elemento nuovo e decisivo: l’infodemia.
In un ecosistema informativo saturo, frammentato e dominato dalla velocità, informazioni corrette, dati scientifici, opinioni personali e contenuti deliberatamente fuorvianti circolano sullo stesso piano, rendendo sempre più difficile distinguere tra evidenza e narrazione. In questo contesto, la percezione del rischio non nasce più dall’esperienza diretta della malattia, ma da flussi comunicativi che amplificano paure isolate, casi rari o eventi non correlati, trasformandoli in rappresentazioni collettive distorte.
L’infodemia non crea dal nulla l’esitazione vaccinale, ma ne amplifica gli effetti, accelerando il passaggio dalla fiducia alla diffidenza e rendendo il ciclo descritto più rapido e instabile. È per questo che la sfida contemporanea non riguarda solo lo sviluppo e la sicurezza dei vaccini, ma anche la qualità dell’informazione, la trasparenza delle istituzioni e la capacità di ricostruire un rapporto di fiducia tra scienza e società.
In questo senso, comprendere l’esitazione vaccinale oggi significa guardare non solo alla storia delle malattie, ma anche alla storia recente dei nostri sistemi informativi.

Perché i vaccini funzionano proprio quando sembrano “inutili”

Qui si nasconde il grande paradosso: i vaccini sono vittime del loro stesso successo.
Funzionano così bene da far sparire ciò che dovrebbero prevenire, e proprio questa scomparsa alimenta il dubbio sulla loro utilità. Quando l’infezione non circola, il beneficio individuale appare astratto; quando riappare, diventa improvvisamente evidente.

La prevenzione vaccinale è quindi una prassi preventiva (profilattica) che richiede fiducia nel tempo lungo, nella scienza, e nella responsabilità collettiva. È efficace quando sembra superflua, ed è messa in discussione proprio nel momento in cui ha raggiunto il suo obiettivo massimo.
Capire questo meccanismo non significa affatto giustificare la disinformazione, ma riconoscere che la fiducia nei vaccini non è un dato statico: è un equilibrio fragile, che va costruito, spiegato e rinnovato di generazione in generazione.