In Italia la vita è sempre più lunga: 23.548 persone oltre i 100 anni, ma serve un nuovo welfare
Vivere fino a 100 anni, in Italia non è più un’eccezione. Gli italiani centenari oggi sono 23.548, mentre nel 1960 erano solo 594. La nostra nazione invecchia più in fretta di quanto riesca ad adattarsi. Il dato arriva dal 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese e racconta di un Paese dove un cittadino su quattro ha più di 65 anni e la longevità non è più solo una conquista, ma una variabile che mette sotto pressione sanità, welfare e previdenza.
In particolare, sono 14,6 milioni le persone over 65, si tratta del 24,7% della popolazione, mentre nel 2000 erano il 18,1%, pari a 10,3 milioni. Tornando al 1960, il dato si fermava al 9,3%, con 4,6 milioni di anziani. In altre parole, in poco più di sessant’anni la struttura demografica dell’Italia si è trasformata.
Alla base di questa trasformazione c’è l’allungamento della vita. Superata la fase pandemica, infatti, l’aspettativa di vita è tornata a crescere. In un solo anno l’incremento è stato di circa cinque mesi: oggi le donne raggiungono 85,5 anni e gli uomini 81,4.
Il dato consolida la presenza di una popolazione anziana stabile e numerosa e secondo le proiezioni del Censis, il processo è destinato a proseguire. Nel 2045 le persone con più di 65 anni saliranno a 19 milioni e rappresenteranno il 34,1% della popolazione italiana.
Il Rapporto Censis descrive una generazione di anziani diversa dal passato. L’obiettivo non è solo vivere più a lungo, ma mantenere autonomia e ridurre l’impatto delle patologie. Emerge una tendenza a vivere come adulti, senza accettare automaticamente limiti legati all’età.
Questa generazione è però consapevole di una frattura in arrivo. Gli anziani di oggi sanno di custodire risorse che le generazioni successive rischiano di non avere nella stessa misura.
Welfare: la fiducia si riduce
L’invecchiamento mette a nudo i limiti del welfare. Il 78,5% degli italiani teme che, in caso di non autosufficienza, i servizi sanitari e assistenziali non siano adeguati. La percezione riguarda la capacità complessiva del sistema di rispondere a bisogni crescenti e più complessi.
La stessa sfiducia emerge rispetto ai rischi ambientali. Il 72,3% degli italiani ritiene che, in caso di eventi atmosferici estremi o catastrofi naturali, gli aiuti finanziari dello Stato sarebbero insufficienti. Di fronte a questo scenario, una parte consistente della popolazione dichiara una disponibilità alla tutela preventiva. Il 54,7% si dice disposto a destinare fino a 70 euro al mese per proteggersi dal rischio di non autosufficienza, dai danni legati al cambiamento climatico o da altri eventi avversi. Una disponibilità che segnala consapevolezza, ma non ancora una risposta concreta.
Il divario tra intenzioni e scelte reali
Tra dichiarazioni e comportamenti si apre però una distanza netta. Il 52,3% degli italiani ritiene possibile riorganizzare i consumi per liberare risorse da destinare a strumenti assicurativi. Nei fatti, il 70% non ha attivato alcuna forma di tutela finanziaria o assicurativa per la non autosufficienza.
Solo il 10,7% si dice pronto a ricorrere a polizze assicurative dedicate, il resto rinvia o delega. Il 37,2% afferma che affronterà il problema solo se si presenterà. Il 34,5% conta sui risparmi personali, il 22% sul welfare pubblico, il 19,9% sull’aiuto dei familiari e il 14,7% del campione su amici e volontari. Una strategia che concentra il rischio sul futuro.
Sanità sotto pressione e rapporto con i pazienti
A complicare il quadro c’è la condizione degli operatori sanitari. Il Rapporto Censis registra 22.049 casi di aggressioni in un anno ai danni di medici, infermieri e altri operatori nelle regioni italiane. Il 25,4% dei medici ha subito minacce, il 16,4% ha ricevuto denunce, mentre il 3,8% è stato vittima di violenze fisiche.
Il dato più significativo riguarda la percezione professionale. Il 71,8% dei medici dichiara di sentirsi un capro espiatorio delle inefficienze del Servizio sanitario, il rapporto medico-paziente si deteriora mentre aumentano i bisogni legati all’invecchiamento della popolazione. Una tensione che incide sulla capacità del sistema di reggere nel tempo.
Nei prossimi anni, sanità, welfare e previdenza saranno chiamati a misurarsi sempre di più con una longevità stabile: la posta in gioco è la qualità degli anni conquistati e la tenuta del sistema che deve sostenerli.